Alexandre Lenoir. Par la force des choses
© Adagp, Paris, 2026 © photo Charles Roussel
Lenoir lavora a partire da istruzioni che dà a se stesso o ad assistenti non pittori, su immagini trasformate dal tempo, sia quello trascorso tra l’inquadratura e la pittura che quello necessario alla sua lenta realizzazione. Procede con innumerevoli strati di pittura, dal più chiaro al più scuro, posati su una moltitudine di pezzettini di scotch che dapprima nascondono e poi liberano la tela, traducendo senza effetti “romantici” l’immagine proiettata a partire dalla quale dipinge.
Alexandre Lenoir: “È tutto iniziato con una tela intitolata “Les Cévennes” dove, per rappresentare la superficie dell’acqua e i suoi riflessi, dovevo trovare il modo di applicare meno pennellate possibili. Per questo sono entrati in scena gli scotch, che erano un modo per preparare il terreno alle mie lavature che passavo lateralmente sulla tela come una stampante. Alla fine, quando ho tolto gli scotch, ho visto un’immagine come in un sogno, con la struttura e il telaio originali ma all’interno la pittura aveva preso il sopravvento. Da quel momento ho sviluppato un rapporto molto intimo con questo metodo traslativo che mi porta a nascondere, ricoprire e poi scoprire. È come una forma di rivelazione che può evocare la rivelazione in fotografia e che mi permette di lasciare una certa libertà allo spettatore che guarda la tela, perché non voglio essere l’unico a imporgli la mia immagine”.
In questo senso, l’ambizione del pittore sposa quella di Monet: lavorare la percezione, l’invisibile: “Ho ricominciato a fare cose impossibili, scriveva Monet a Gustave Geffroy il 22 giugno 1890, dell'acqua con dell’erba che ondeggia sullo sfondo […] è meraviglioso da vedere ma una follia da realizzare. Eppure continuo a cimentarmi in queste cose!” (Lettera citata in Gustave Geffroy, Monet, sa vie, son œuvre [1924], Parigi, Macula, 1980, pag. 30).
Alexandre Lenoir sperimenta la tensione tra un realismo consolidato e processi creativi sia elaborati che sperimentali. Lavora “l’azione di vedere” in relazione al gesto che creerà l’immagine, il gesto dell'acqua, quello dell’albero, organizzando una sorta di ecosistema paragonabile a quello desiderato da Claude Monet quando inventava le grandi decorazioni: “Per la decorazione di un salone mi è venuta la tentazione di usare il tema delle Ninfee: realizzato lungo i muri, per avvolgere tutte le pareti della stanza, avrebbe procurato l’illusione di un tutto infinito, di un’onda senza orizzonte e senza riva.” (Claude Monet citato da Roger Marx, “Les Nymphéas de M. Claude Monet”, Gazette des beaux-arts, giugno 1909).
“Quando ho riscoperto le Ninfee, spiega Lenoir, sono stato colpito dal modo in cui l’acqua si muoveva al ritmo della luce cangiante delle sale espositive. Infatti, il materiale delle tele era tale che la luce prima compariva e l’attimo dopo svaniva creando negli occhi il movimento costante dell'acqua. La pittura come entità vivente mi interessa molto. A forza di gesti ripetitivi, con le loro incognite, la vita del laboratorio offre sempre un’immagine che mi sorprende ma incarna appieno l’acqua delle tele che presenterò alla mostra”.
Lenoir si interroga su ciò che vuol dire dipingere ed è certamente questo interrogarsi che traspare nei suoi dipinti complessi, malgrado il loro aspetto semplice. Il pittore ricorda volentieri la formula dell’artista Niele Toroni: “Lavorare affinché la pittura lavori da sé” che si dà come regola, da rispettare e da trasgredire.
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